In Lui, vita nuova!

“Togli l’amore e avrai l’inferno. Metti l’amore e avrai ciò che inferno non è”

Don-Pino-Puglisi

“Don Pino sorride. Un sorriso strano, quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta. Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. Si era presentato con una scatola di cartone. L’aveva messa al centro dell’aula e aveva chiesto cosa ci fosse dentro. Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l’aveva sfondata. «Non c’è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole.» Ed era vero. Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni, le scatole delle parole vuote, le scatole che separano un uomo da un altro uomo.” [1]

E don Pino lo era davvero.

Don-Pino-PuglisiNasce a Brancaccio, quartiere di Palermo, il 15 settembre 1937 e, nello stesso posto e nello stesso giorno del 1993, don Pino viene ucciso dalla mafia, la stessa mafia alla quale non si era piegato negli ultimi anni della sua vita anche quando minacce e intimidazioni lo avevano colpito.
Don Pino non era solo un sacerdote. Era un uomo giusto, che amava la giustizia e che per essa si batteva con ogni mezzo. Molti, in quegli anni, si domandavano: che cosa deve fare il prete di una Chiesa come quella di Palermo?
Quando questa domanda gli veniva posta, lui diceva che ad interessargli era innanzitutto il cuore dei ministri di Dio. O meglio gli interessava quel centro della persona in cui mente e cuore si decidono irrevocabilmente per Dio. Padre Pino Puglisi (tre P, come spesso veniva chiamato) dal suo vescovo fu ritenuto persona adatta per il ruolo di padre spirituale del Seminario Maggiore di Palermo. Don Pino che non si riteneva adatto dovette accettare l’incarico che eserciterà anche restando parroco di Brancaccio. A Brancaccio, borgata periferica che in seguito i giornalisti definiranno ad alta densità mafiosa, don Pino si trovò di fronte ad una situazione culturalmente e socialmente degradata. Don-Pino-PuglisiFamiglie povere analfabete, evasione scolare, mancanza di spazi verdi, di un distretto socio-sanitario, di acqua potabile e mancava pure la scuola media. Di questa situazione approfittava la mafia per trarre manovali e nuovi membri delle cosche. Don Pino prese atto di questa difficile situazione e non la nascose a nessuno. Rivolse la sua attenzione nel recupero degli adolescenti già reclutati dalle organizzazioni criminali, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede.
Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l’annunzio di Gesù Cristo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri e della comunità cristiana. Il suo esempio e la sua tenacia coinvolsero tante persone del quartiere – e non solo – in quella missione che don Pino metteva prima di ogni cosa: “far innamorare di Cristo.” Padre Pino chiedeva amore per Cristo, a se stesso in primis e poi a chi con lui collaborava. Fece il parroco tradizionale (tradizionalmente pregava, celebrava messa, faceva catechesi) ma insieme accompagnava i suoi laici in tutto quanto avevano bisogno. Faceva di tutto: parlava con la stampa e denunciava ogni situazione illegale, organizzò anche una grande marcia per la vita per ricordare la strage di Capaci. Da quel momento iniziò il lungo martirio di don Pino. Nella vita di questo umile prete palermitano non ci fu un giorno preciso in cui gli fu chiesto di rinnegare Cristo e nel quale egli poté offrire gloriosamente la sua vita, fu invece un’intera esistenza sacerdotale durante la quale egli imparò ad amare Cristo più di se stesso e ad amare “tutto ciò che è di Cristo”.

 “Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza. Ricordate San Paolo: Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo. Ecco, questo desiderio di morte diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita“.

Sono parole pronunciate dallo stesso don Pino intervenendo ad un convegno l’anno prima di morire ucciso con un colpo sparato alla nuca.

Don-Pino-Puglisi

Il segno del martirio, il suo sorriso unico l’accompagnò per tutta la vita fino al momento della morte. Il volto Don-Pino-Puglisisorridente di don Pino sembra approvare e rivela che la felicità non consiste nell’allungare la vita, ma nell’allargarla.” [1]

«Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro. Per questo bisogna cominciare dai bambini, bisogna prenderli prima che la strada se li mangi, prima che gli si formi la crosta intorno al cuore. Ecco perché sono necessari un asilo e una scuola media. Non ci vuole la forza, ci vogliono la testa e il cuore. E le braccia. Non hai idea di cosa si può fare con queste tre cose.» [2]

Don Pino aveva visto nel cuore di tutti i ragazzi, i giovani e le persone che ha aiutato, ciò che inferno non era… e per questo donò la sua vita fino alla fine.

Don-Pino-Puglisi

[1] A. D’Avenia “Ciò che inferno non è” Mondadori 2014 p.297

[2] A. D’Avenia “Ciò che inferno non è” Mondadori 2014 p.155

[1] A. D’Avenia “Ciò che inferno non è” Mondadori 2014 p.39

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