Tracce di misericordia

Alloggiare i pellegrini, consolare gli afflitti

ALLOGGIARE I PELLEGRINI

ALLOGGIARE I PELLEGRINISecondo i precetti della Torah, il forestiero e il pellegrino meritano sempre di ricevere un’accoglienza rispettosa e incondizionata: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). La parola di Dio fa leva su una coscienza molto radicata nel cuore e nella storia di Israele: l’indelebile memoria di essere nato forestiero e di essere stato poi accolto dentro un’inattesa alleanza con il Dio dell’Esodo e della Terra promessa. Per questo nella legge di Mosé lo straniero non è solo qualcuno da non trattare male, ma una persona con cui condividere i resti della vendemmia (cf. Lv 19,19), che ha gli stessi doveri (cf. Es 12,49) e gli stessi diritti di chi è nato in Israele. Per un ebreo avere in casa un forestiero è diventata, nel tempo, una situazione talmente familiare da non risultare più nemmeno obbedienza a un precetto della legge. Forse a motivo di quel primo e memorabile episodio – così caro alla tradizione ebraica e cristiana — in cui il patriarca Abramo offrendo ospitalità a tre misteriosi uomini, scopre di poter essere ospite di Dio.

Sia come colui che accoglie e offre ristoro, sia come chi viene accolto nell’immensità di grandi promesse: «C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio» (Gen 18,14).

ALLOGGIARE I PELLEGRINIAlloggiare un pellegrino, del resto, non significa solo dargli le cose necessarie per un dignitoso ristoro e riposo, ma anche accogliere e ascoltare la sua persona, la sua storia, il suo cuore. L’amore non funziona mai in una direzione soltanto. Quando apriamo la porta per dare ospitalità, sempre veniamo anche accolti nel mondo dello straniero, partecipi di tutto ciò che egli è e può offrirci. Un insegnamento che Marta, la sorella di Lazzaro, apprende dolorosamente. Intercettata dalla parola di Gesù nella sua ansia da prestazione: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola ce bisogno. Maria ha scelto lo, parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42). Quando Gesù invia i discepoli ad annunciare il vangelo a due a due, offre loro alcune indicazioni di sobrietà che ci svelano quanto sia importante imparare a farsi accogliere per diventare capaci di fare altrettanto: «E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient”altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma dì calzare i sandali e di non portare due tuniche» (Mc 6,8-9). Gesù nel vangelo impartisce ordini con estrema parsimonia. Quando lo fa è perché sta dicendo qualcosa che contraddice radicalmente la nostra inclinazione naturale. Noi, infatti, siamo ALLOGGIARE I PELLEGRINIpersuasi che per andare verso l’altro servano regali tra le mani o, quanto meno, un meraviglioso volto da esibire. L’imperativo di andare in povertà contesta questo luogo comune e ci costringe a condividere la vita di Dio, il quale è infinita povertà perché non possiede nulla, ma dona ogni cosa. La vita infatti non dipende da quello che possediamo, ma da ciò che siamo e doniamo. Quando non abbiamo nulla tra le mani, siamo “costretti” a fare il dono più bello: noi stessi. E concediamo a chi ci accoglie l’occasione di diventare come Dio. Perché Dio è colui che accoglie.

CONSOLARE GLI AFFLITTI

La vita è una grande esperienza di libertà. Per questo è anche una grande esperienza di solitudine, come soltanto la poesia riesce a dire: «Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera» (S. Quasimodo). Tuttavia, anche se a tutti è chiesto di saper abitare la solitudine, come condizione essenziale per poter giungere a se stessi e agli altri, il fine originario per cui Dio crea l’uomo è un altro: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18). La prima afflizione in cui abbiamo tutti bisogno di essere consolati è proprio l’esperienza amara di essere – o sentirci – soli a dover affrontare il viaggio della vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

CONSOLARE GLI AFFLITTIOltre a donare la donna all’uomo e l’uomo alla donna, lungo tutta la storia della salvezza il Signore Dio non si stanca di abbassare i cieli per consolare il suo popolo dalle molteplici afflizioni che segnano il suo cammino. Lo fa come una madre: «Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati» (Is 66,12-13) e come un padre: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). Anche il Signore Gesù, dopo aver offerto ai poveri e agli afflitti segni e prove della misericordia del Padre, promette ai suoi discepoli che la consolazione continuerà a essere il nome della presenza di Dio nel mondo, anche dopo la sua morte e risurrezione: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio» (Gv 15,26-27). Sarà proprio questa l’esperienza che le prime generazioni di cristiani vivranno con grande intensità dopo la Pentecoste, quando lo Spirito consolatore comincerà a diventare la rugiada capace di lenire ogni prova e ogni sofferenza vissuta nel nome di Cristo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,3-5).

CONSOLARE GLI AFFLITTI Soltanto chi ci lascia liberi di riprendere il cammino verso la prossima Pasqua è capace di consolare la nostra afflizione. Incontrando – oltre le lacrime – il Signore risorto, Maria di Magdala vorrebbe mettere in atto il desiderio della sposa del Cantico, la quale, dopo aver passato la notte in cerca dell’amato, finalmente lo trova alle prime luci dell’alba: «Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito» (Ct 3,4). La risposta di Gesù offre al desiderio di Maria una consolazione singolare, perché le annuncia che, dopo la Pasqua, la felicità non consiste più nel tornare dentro il grembo materno, ma nel camminare – insieme a tutti – verso la casa del Padre: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» (Gv 20,17).

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