Sentire tutto in Dio

Pregare con il tatto

«Metti qua il tuo dito»
(Gv 20,27)

Dopo otto giorni dalla Pasqua, la parola di Dio ci ricorda un episodio in cui Il Signore risorto viene incontro al desiderio dell’apostolo Tommaso («Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò») e apparendo gli dice: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!» (Gv 20,27). La concretezza corporea di questo dialogo viene ben illustrata dal famoso quadro del Caravaggio, intitolato appunto “L’incredulità di Tommaso”, esso raffigura l’apostolo che infila il dito nella piaga viva di Gesù e lo fa in modo talmente profondo e realistico tanto da provocare i brividi nello spettatore.

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La tela, dipinta a Roma nei primi due anni del 1600, è di una perfezione assoluta. Gli sguardi dei quattro personaggi (Gesù, Tommaso e altri due apostoli) si concentrano sulla ferita del costato e sul dito dell’apostolo. Non ci sono altre distrazioni. Lo sfondo è spoglio. L’artista ha “zoomato” sul costato di Gesù, mettendo a fuoco il dito dell’apostolo che affonda nella piaga. Lo spettatore diventa il quinto protagonista della tela: anche lui fissa lo sguardo solo sulla ferita di Gesù. Un secondo particolare riguarda proprio la profondità della esplorazione concreta di Tommaso, che si accerta della realtà del Risorto non solo con il dito ma anche con due occhi sgranati in modo ansioso. Due sensi – il tatto e la vista – accertano il fatto più di uno solo.

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Tutto ciò ricorda anche l’episodio dell’emoroissa che con fede tocca il mantello del Signore e viene guarita (Lc 8,43-48). Sia durante la sua vita terrena, sia da Risorto il Signore ha offerto ai nostri sensi la gioia di vederlo, di gustarlo, di sentirlo, perchè possiamo riacquistare sia la salute del corpo sia la fede in lui: «“Venite a mangiare” […]. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce» (Gv 21,12-13); « “Resta con noi perche si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,29-31).

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Se udire crea la vicinanza e vedere ci pone alla Presenza, solo col tatto questa Presenza è raggiunta, abbracciata e baciata (Lc 7,44-47). Quella del toccare è una sensazione più intensa dell’udire e del vedere. Sant’ Agostino commenta al riguardo:

 E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale, toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi.

È soprattutto il contatto con la materia dei sacramenti che ci divinizza. Mani santificatrici si posano sulla nostra fronte nella Cresima. Il tocco divino consacra con l’unzione sacerdotale e consola con l’unzione degli infermi. Nel ricevere la comunione eucaristica la preghiera del tatto è al suo massimo grado. Con cura minuziosa Cirillo di Gerusalemme descrive il rituale di questa solenne venuta: «Quando dunque ti avvicini (per ricevere l’Eucaristia), non procedere con le palme delle mani sentire tutto in Dioaperte né con le dita separate. Ma fa’ con la tua mano sinistra un trono per la tua destra, poiché sta per accogliere il Re, e nel cavo della mano ricevi il corpo di Cristo rispondendo:“Amen”. Quindi, avendo santificato attentamente gli occhi al contatto del santo corpo, prendilo, preoccupandoti di non perderne nulla. Qualora infatti tu ne perdessi qualcosa, sarebbe come se tu fossi privato di un tuo membro. Dimmi, se qualcuno ti avesse regalato dei frammenti di oro, non li terresti con grande precauzione, guardandoti dal perderne qualcosa o dal riceverne danno? Non farai dunque attenzione con molta più accuratezza su una cosa ancora più preziosa dell’oro e delle pietre preziose, per non perderne neppure un frammento? Infine, dopo aver comunicato al corpo di Cristo, accostati anche al calice del sangue, non stendendo le mani, ma inchinandoti e dicendo con un gesto di adorazione e di venerazione: “Amen”. Santificati, partecipando anche al sangue di Cristo. Finché le tue labbra sono ancora umide, toccale con le mani e santifica gli occhi, la fronte e gli altri sensi (le orecchie e la gola). Poi, mentre aspetti la preghiera, rendi grazie a Dio che ti ha giudicato degno di così grandi misteri».

Mediante la fede, i discepoli di Gesù «vedono» e «accolgono» il Signore anche nei bisognosi…quanta “carne” del corpo di Cristo da accarezzare, proteggere e a cui dare dignità! Sia sempre l’incontro con l’altro il compimento della preghiera che inizia da quell’Eucarestia che accogliamo sul trono che sono le nostre mani, perché pregare è innanzitutto sperimentare una vicinanza che ci rende sempre più intimi a Lui!

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