Eroe per virtù

Giustizia: dare a ciascuno il suo …e di più!

giustizia virtù

La giustizia è quella virtù che inclina la volontà a rendere costantemente agli altri tutto ciò che è loro dovuto. E questi “altri” possono essere Dio stesso, la Chiesa, la società civile, il nostro prossimo. Se si perdesse il senso della giustizia nelle relazioni umane a vari livelli, la vita della società cadrebbe nel caos e la società stessa si trasformerebbe in una giungla di bestie feroci, dove ci si azzanna a vicenda e dove domina il “diritto del più forte”. Cosa che, purtroppo, la storia, anche recente, molto frequentemente dimostra. E diciamo pure che la giustizia viene ancor prima della carità, infatti, come anche il Concilio Vaticano II ricorda, se non si adempiono prima gli obblighi di giustizia, è farisaico parlare di carità. Troppo spesso noi siamo soliti definire doni caritativi quelli che sono doveri di stretta giustizia verso i fratelli bisognosi di casa nostra e del mondo intero…

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C’è una giustizia che riguarda i doveri che gli uomini hanno nei confronti del bene comune e della società civile e religiosa (la giustizia legale). La non giustizia in questo caso è la distruzione della società, attraverso evasioni e violenze di ogni tipo, per cui, per esempio, un concorso lo si fa vincere non a chi se lo merita per intelligenza e preparazione, ma a chi è sostenuto da interessi e spinte politiche. Entra nella “giustizia legale” l’obbligo morale di pagare le tasse allo Stato, almeno quando non divengono evidentemente esorbitanti e di osservare le sue leggi, almeno fin quando non contrastano con la legge superiore di Dio. Rientra nella giustizia legale anche la cura del bene pubblico, il rispetto dell’ambiente e dei servizi pubblici. Insomma, per usare un’espressione evangelica, si tratta di “dare a Cesare quello che è di Cesare”. Quanto sarebbe utile e bello che questo principio fondamentale regolasse l’impegno civico e politico di tutti! Come sarebbe bello che tutti fossimo portati a sacrificare noi stessi, le nostre soddisfazioni, il nostro tempo, le nostre cose, in vista del bene comune!

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Ma vi è anche una “giustizia distributiva” che è quella che inclina a dare a ciascuno il suo, non solo secondo una mentalità “contrattuale” del dare ed avere, ma tenendo conto del giusto bisogno dell’altro. Forse è qui dove la dottrina sociale cristiana si differenzia enormemente da una dottrina “capitalista”: “tu mi rendi tanto, io ti retribuisco tanto e non di più”…una dottrina ingiusta che guarda alle cose e non alla persona, valore fondamentale nella visione cristiana della vita. Pensiamo agli inizi della società industriale, quando donne e bambini erano costretti ad un lavoro massacrante con orari e condizioni ambientali disumani, con uno stipendio, a dir poco, da fame. Il magistero della Chiesa si è sempre coraggiosamente pronunciato a sostegno della giustizia sociale, soprattutto nella società cosiddetta industriale, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII agli ultimi documenti ed interventi a raggio mondiale di Papa Giovanni Paolo II. giustizia virtùE l’azione della Chiesa non si é espressa solo in documenti scritti, ma in un’azione sociale che ha del prodigioso in tutti i settori del bisogno umano, dall’infanzia alla vecchiaia, dall’istruzione popolare all’assistenza medica, nei nostri paesi cosiddetti civili come nelle zone più depresse del terzo mondo, da Vincenzo De’ Paoli a Madre Teresa di Calcutta. Ma facciamo qualche accenno anche alla terza forma di giustizia che è quella “commutativa”, ossia quella che regola diritti giustizia virtùe doveri degli uomini tra loro, facendo rispettare tutti i diritti di ognuno: il diritto alla vita, il diritto alla proprietà, il diritto alla libertà, il diritto all’onore e alla reputazione. E qui si evidenza una lunga lista di peccati, che richiederebbero ciascuno una trattazione specifica: il furto, la frode, l’usura, l’omicidio, l’aborto, il sequestro, le false accuse e testimonianze, le ingiurie, gli affronti, le calunnie, le diffamazioni, le insinuazioni, le derisioni… e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe opportuno soffermarsi su ciascuna di queste “ingiustizie”, di cui probabilmente nessuno di noi è perfettamente esente, ma mi preme, invece, in questo complesso argomento, portarvi l’esempio di Don Francesco Spinelli in rapporto alla giustizia.

Don Francesco curò in primo luogo la giustizia nei confronti del Creatore, dimostrandosi molto puntuale nel rendere Deo quae sunt Dei; dietro a questa esigenza che sentiva in sé impellente, egli fu sempre attentissimo a non desistere mai dai suoi doveri di cristiano e di sacerdote.

Con vera ammirazione ne parla il Rev. Aledro Lamberti:

«Il Servo di Dio compì esattamente i suoi doveri verso Dio, il prossimo e se stesso. Notavo in lui una vera finezza nel servizio di Dio ed altrettanta finezza nell’adempimento dei doveri verso gli uomini. Aveva l’ansia di piacere a Dio in tutto, anche nelle cose più piccole. Non so che egli avesse obbligazioni di voti speciali, posso però attestare che la sua vita di Sacerdote, di oblato benedettino mi faceva sempre una impressione edificante, che non saprei nemmeno descrivere. La sua delicatezza con il Signore si manifestava specialmente all’altare e nella cura delle cose sacre, esigeva assolutamente negli arredi e nell’altare proprietà e mondezza. La sua S. Messa non era come quella degli altri; era un avvenimento per la Comunità e per i fedeli.”

Trasferita da Dio agli uomini, la cura di Francesco Spinelli nel dare a ciascuno il dovuto non diminuì d’intensità, tanto che le parole dei testi diventano nell’occasione un vero e proprio coro esaltante la sua ansia di rispettare i diritti altrui; in tal modo viene riconosciuto incapace non dico di portare a termine, ma neppure di concepire il benché minimo raggiro. Sincero, amante della verità e semplice fino all’estremo, il Servo di Dio ebbe in grandissima stima l’altrui reputazione e, specie con i benefattori, il suo grazie diventava riconoscenza perenne. Ne parla con estrema schiettezza il Rev. Eugenio Eureti:

«lo non so se avesse avuto debiti, certo il Servo di Dio era incapace di frodare alcuno. Fuori di casa era sempre largo. Alle stazioni ferroviarie usuali, i facchini gli correvano incontro per rilevargli la valigia, certi di una buona retribuzione. Alle persone che lavoravano in casa procurava si avesse a dare una conveniente retribuzione, non questionava mai, ma largheggiava. Ho sempre visto il Servo di Dio delicatissimo. Per non privare alcun altro delle beneficenze, chiamandole a profitto delle sue opere. Così non ha mai seguito il consiglio di chiamare nel suo Istituto il Sig. Celesia Paolo, larghissimo di beneficenza per i restauri della parrocchiale di Rivolta d’Adda: il motivo che lo spingeva a ciò, come mi disse, era che non voleva che il predetto signore, rivolgesse anche in parte le sue beneficenze all’istituto, privandone la parrocchia per la quale anche il Servo di Dio e il suo Istituto furono larghi di contributo, come si legge su una lapide muraria addossata alla facciata della chiesa”.

Ora, se alla delicatezza dei modi di padre Francesco opponiamo le infelici conseguenze del fallimento, chiunque può subito capire con quale stato d’animo egli si sia posto di fronte al danno economico patito dai molti creditori; se infatti quei tristi eventi poterono dirsi conclusi con la sentenza del tribunale, don Francesco fino alla morte sentì sempre vivissimo l’impegno morale di rifondere, nei tempi e nei modi possibili, quelle persone che gli avevano mostrato fiducia. Sarà questo il più grave cruccio della sua vita, poiché era troppo vivo in lui il senso della giustizia, per considerare chiuso, sebbene così sancisse la sentenza, ogni dovere con la controparte; fino all’ultimo infatti don Francesco Spinelli si sentirà impegnato a porre riparo ad una situazione per lui penosissima, aiutato, in questa gara ininterrotta, dalle suore, che generosamente gli mettevano a disposizione le somme che potevano.

«Il cruccio principale del Servo di Dio era il pensiero di non potere pagare tutti i danneggiati del fallimento, che dopo tutto fu voluto dagli altri. Però fino dal principio della Casa di Rivolta l’ho udito raccomandare e visto fare la massima economia per compensare nel modo migliore possibile i danneggiati. I piccoli creditori con l’opera sua e delle suore fino al sacrificio più duro, ed ancora con l’assistenza d’altri, furono integralmente compensati; di questo sono testimone di vista e di udito diretto. Ho letto io stesso all’Albo comunale gli estremi delle sue proprietà nel 1895, anno in cui si è finito il processo civile del fallimento e convenni insieme col Servo di Dio che vi era abbastanza per far fronte a ogni impegno per cui se non vi erano le spese del processo nessuno avrebbe perduto un centesimo tanto più che qualcuno era disposto a condonare. Permise alla Madre Dolci di alienare il suo piccolo patrimonio per contribuire a pagare i creditori». (Rev. Francesco Sommariva)

(Testimonianze tratte dalla Positio Super virtutibus vol. 1)

Questo ci insegna don Francesco con il suo stile di vita: ogni comportamento deve essere adeguato obiettivamente alla stessa misura che è il valore delle persone e siccome ognuno è diverso e diversi sono i suoi bisogni, la giustizia chiede di essere “ingiusta”, ovvero di saper dare e trattare ognuno con criteri diversi.

Il compito di ciascun essere umano è dunque quello di dare, a seconda della realtà in cui vive, le proprie risposte al concetto di giustizia…solo così sarà possibile creare una società fatta di relazioni autentiche e fraterne.

 

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